Elenco dei prodotti per produttore TWIN-SET invernale

Valencia. I nostri negozi sono total look: abiti, maglie, scarpe, borse e lingerie”

Il marchio Twin-Set Simona Barbieri comprende diverse linee oltre alla collection: Lingerie, Beachwear, Le Coeur de TWIN-SET, Jeans, Scarpe, Borse, Twin-Set Girl e Scee by Twin-Set dedicato a un target più giovane. Il 2013 è stato l’anno delle inaugurazioni di nuovi negozi in Italia, il 2014 sarà quello delle aperture all’estero

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Pubblicato il 20/01/2014
Ultima modifica il 20/01/2014 alle ore 08:01
SARA RICOTTA VOZA
MILANO

Parlare con l’amministratore delegato di Twin-Set Tiziano Sgarbi fa l’effetto di un vaccino contro l’epidemia di scoraggiamento da crisi. «La nostra impresa è nata da un disastro ma siamo riusciti a trasformare il fallimento in una cosa positiva» va dritto al sodo con la sua voce calma e l’accento di Carpi, distretto della maglieria nel modenese. «Quanto alla crisi, ci sono nato dentro e non ricordo un periodo in cui non ci fosse, quindi credo ci sia sempre qualche spazio libero per crescere, ma bisogna cercarlo». 

 

Twin-Set è una storia che più italiana non si può. Perché c’è una azienda di successo legata al territorio, una coppia affiatata che diventa una famiglia, e questa sorta di integratore vitaminico di realismo e positività che è poi l’additivo segreto del vero Made in Italy. Il marchio nasce nei primi anni Novanta e fa solo maglieria, in pochi anni aggiunge confezione, accessori, lingerie, beachwear e una linea bambina che ha appena sfilato al Pitti Bimbo. Oggi ha 300 dipendenti, sede centrale a Carpi ed è una delle società a più alto tasso di crescita nel settore del lusso accessibile. Il 2012 si è chiuso con 140 milioni di euro di fatturato, in crescita del 40% sull’anno precedente, e il 2013 ha fatto registrare ancora un 20% in più. Da due anni è entrato nella società anche Carlyle Group, una delle firme più importanti del private equity a livello globale.  

 

Tiziano Sgarbi e Simona Barbieri sono marito e moglie e rispettivamente amministratore delegato e direttore creativo della società. 

 

Il vostro marchio che si è fatto conoscere pian piano. Ci racconta i primi passi di questa «lunga marcia»?  

«Nei primi Novanta Simona e io eravamo gli unici dipendenti della nostra società. Classe 1960 io, ’62 lei, ci siamo messi in proprio dopo qualche esperienza in altre aziende. Intraprendere era facile, e i nostri genitori avevano una piccola attività nel settore». 

 

Perché avete scelto la maglieria?  

«Il territorio di Carpi era il distretto della maglieria, Simona aveva fatto un corso di stilismo e lavorato in un ufficio stile, io avevo qualche macchina per la tessitura. Il nostro era un prodotto ricercato, che si faceva riconoscere». 

 

Ma lei ha detto che tutto nasce da un «disastro»... Che successe?  

«Noi, come tutti, producevamo per terzi. Carpi in quegli anni era la Cina d’Europa, produceva per tutto il mondo. Un cliente tedesco importante non ci pagò e per noi fu la catastrofe. Però fu anche l’occasione di farci delle domande e cercare di capire come risollevarci. Quindi ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che il nostro prodotto d’ora in avanti lo avremmo anche commercializzato e comunicato noi. Così è nato il marchio Twin-Set, che ci suonava carino, poi abbiamo aggiunto Simona Barbieri per rafforzarne l’italianità». 

 

E quando c’è stato il salto di qualità?  

«Nel ’97-98, quando abbiamo aperto un corner da Fiorucci a Milano. Lì abbiamo capito che la maglieria non era sufficiente e che bisognava costruire una collezione. Avevamo otto metri quadri ma le nostre cose andavano bene, era un negozio bellissimo, pieno di ricerca e di energia». 

 

Fiorucci ha creato il primo concept store italiano, vi ha dato buoni consigli?  

«La nostra scuola è stata lì e lui un punto di riferimento. È stato un grande innovatore da cui ho imparato molto». 

 

Come siete passati al total look?  

«Pensando che il negozio è un posto dove non vai a comprare solo maglie ma dove ti vai a vestire, così abbiamo aggiunto la confezione, le scarpe, le borse la lingerie...». 

 

Le collezioni intimo e mare hanno molta visibilità, siete quasi un marchio «di settore» anche lì. I numeri confermano?  

«Siamo partiti affidandoci ad aziende esterne ma senza mai dare licenze, poi pian piano abbiamo internalizzato, anche rilevando piccole imprese con le loro maestranze. Ora dopo i big tipo Intimissimi siamo quelli che vendono di più in un settore che negli ultimi anni ha subito batoste. C’è sempre un buco nel mercato, le donne a un certo punto si stancano e vogliono qualcosa di nuovo e di diverso». 

 

Voi investite molto nelle campagne pubblicitarie, sono state importanti per far conoscere il marchio?  

«Fondamentali. Siamo riusciti a creare una nostra identità. Le nostre cose si riconoscono sia indossate sia viste sui giornali». 

 

Chiudere il 2012 con una crescita del 40% è in controtendenza di questi tempi, come se lo spiega?  

«Siamo stati bravi, siamo nati con la crisi e non abbiamo mai vissuto un periodo in cui non ci fosse. Il fatto è che io non penso che le persone smettano di vestirsi, devi tu inventarti qualcosa che gli piaccia». 

 

Il vostro marchio realizza il 70% del fatturato in Italia e il restante 30 all’estero. Quindi avete ancora fette immense di mercato mondiale da esplorare. Vi state preparando?  

«Questa azienda si è costruita in Italia e l’Italia è un mercato guida per l’abbigliamento, perché sa riconoscere il prodotto di qualità. Francamente quando una azienda italiana non vende in Italia e dice “ma vendo molto all’estero”, io mi faccio delle domande. Detto questo, stiamo per aprire a Barcellona, Parigi, Valencia, per un totale di 30 nuovi punti vendita in Europa nel 2014. Avevamo cominciato con due in Belgio, è stata una scommessa ed è andata bene, ci siamo convinti che il nostro tipo di donna esiste in tutto il mondo».  

 

Al Pitti bimbo ha appena sfilato la collezione Girl. Funziona?  

«Eccome, forse perché non è facile trovare brand che sappiano vestire madri e figlie, e il nostro tipo di bambina è dolce e romantica, come la nostra donna». 

 

A quando le sfilate nella fashion week milanese?  

«Ci stiamo pensando, sarà un passaggio importante perché la sfilata per noi è un punto di arrivo, e quando si decide si deve essere pronti a portare avanti il progetto fino in fondo».  

Simona Barbieri è un marchio ma anche il nome della stilista, eppure sua moglie si vede poco. È timida? 

«Simona è un po’ timida ma stiamo lavorando anche su questo, del resto si dovrà abituare; se sfileremo dovrà almeno comparire a fine show...» 

 

Come vede il futuro? Mantiene l’ottimismo?  

«Non posso non essere ottimista con tante persone che lavorano, tanti negozi... E poi le donne ci hanno premiato ugualmente. Il contesto in cui lavoriamo è il mondo, e questo sta subendo non una crisi, ma una rivoluzione. Però il 2013 è andato benissimo e la campagna ordini del 2014 pure». 

 

Con sua moglie decidete tutto assieme?  

«Le cose importanti sì, le collezioni, le città in cui aprire. Ma ora abbiamo anche tanti bravi collaboratori». 

 

In questa cavalcata di lavoro e di successi avete fatto anche due figli...  

«Una femmina e un maschio, 25 e 19 anni. Lei ha appena finito un master alla Central St. Martins di Londra e lavora in uno showroom che si è cercata da sola, lui studia storia dell’arte a Bologna». 

 

Vorreste che entrassero in azienda?  

«Vogliamo che siano felici». 

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